L’imbrunire mi trovò seduto ai bordi un po’ erbosi di
una vecchia piazza carbonaia che, seppur inutilizzata ormai
da tanti anni, mostrava ancora ben evidenti i segni della
sua attività passata.
Sprazzi di penombra andavano e venivano per l’ondeggiare
dei rami scuri e scheletrici degli alberi. In lontananza,
sentivo un cane abbaiare per richiamare l’attenzione del
padrone ed essere così riportato al canile.
Il freddo era pungente. E il sudore che mi si era asciugata
addosso, con quel vento gelido, mi faceva rabbrividire. Con
me c’era la mia jadgterrier Sara che, accovacciata sulle
mie ginocchia mi dava ogni tanto qualche leccotto incurante
dei miei brontolii. Accarezzandola sentivo le sue vecchie
ferite: regali di qualche cinghiale che era andata a
disturbare mentre se ne stava tranquillo nella sua lestra.
Con noi c’erano anche Levante, un segugio maremmano che
mai mi aveva deluso nelle precedenti e Briciola, una
giovanissima jagd figlia di Sara.
La cacciata di quel giorno era stata particolarmente
impegnativa. E insieme con la mia jagd avevo mi ero
ritagliato, su quella piazza carbonaia, un momento di
riposo.
Con la mia squadra avevamo posizionato le poste sullo
stradello del Sorbo fino alla cessa del Martellino. Mentre
aspettavano l’arrivo della canizza dietro al cinghiale, io
ero andato a sciogliere i cani in una zona impervia, un
intreccio di rovi, scope e rossole.
Ad un tratto i cani si misero ad abbaiare a fermo fra i
rovi: avevano sentito il selvatico. Ne seguì una seguita
con grida di cane e rantoli minacciosi di cinghiale che con
il suo incedere faceva spezzare rami e rovi e ruzzolare
sassi e pietre. Li sentii fermarsi. Ora era il cinghiale che
andava incontro ai cani. Io sparavo a scaccia poi tutto
divenne silenzio,la jagd tornò da me ferita a una coscia.
La legai per farla riposare. Sentii Briciola che si
lamentava perché era di nuovo caricata dal selvatico. La
giovanissima jagd abbaiava disperata. La chiamai, e lei
arrivò quatta quatta e impaurita, così la legai accanto
a Sara.
Non so come avvenne, ancora oggi non melo spiego. Forse
avevo fatto il nodo troppo lento alla corda con cui avevo
legato Sara: fatto sta che pochi minuti dopo la cagna era
riuscita a liberarsi e a ripartire intrufolandosi in quel
groviglio di rovi per scovare i cinghiali. Infatti, riuscì
a spingerne due al soglio di Pian dei Baccari, bloccandoli
abbaiando a fermo. E io, che nel frattempo guidato
dall’abbaiare di Sara avevo raggiunto il luogo, stavo
sdraiato tra mortella e sondrio al “vento bono”. Vidi il
cinghiale con gli occhi di fuoco e la criniera alta che
sbatteva le zanne e i piedi anteriori, minacciava
l’ennesima carica con una bava filancicosa che gli colava
dalle fauci. La fucilata che esplosi gli placò la furia.
Sara gli salì sopra per morderlo. Io la carezzai e le feci
i complimenti con la radio chiamai i miei compagni di
squadra chiedendogli di venire in mio aiuto con torce e funi
per recuperare il selvatico. Purtroppo gli altri (e in
particolare i postaioli) non erano pratici di quei luoghi
impervi e nonostante le indicazioni che fornii loro
faticarono non poco per raggiungermi. Li aspettai nella
piazza carbonaia, pensando alle tante cacciate del passato,
ai tanti amici conosciuti, ai tanti che purtroppo non ci
sono più, ai miei cani e alla bellezza suggestiva e lirica
della mia Maremma, una terra unica, aspra, rude, a volte
anche cattiva, ma che sa dare tanto a patto che tu sappia
conquistartelo. Perché questa è una terra anche gelosa
dei propri frutti. Una terra che, se la ami, sa darti tanto.
Fu l’arrivo dei miei compagni a distogliermi dai miei
pensieri. Legammo il cinghiale e alla luce delle torce lo
portammo fino alla casa di caccia.
Racconto di caccia
L’imbrunire mi trovò seduto ai bordi un po’ erbosi di
una vecchia piazza carbonaia che, seppur inutilizzata ormai
da tanti anni, mostrava ancora ben evidenti i segni della
sua attività passata.
Sprazzi di penombra andavano e venivano per l’ondeggiare
dei rami scuri e scheletrici degli alberi. In lontananza,
sentivo un cane abbaiare per richiamare l’attenzione del
padrone ed essere così riportato al canile.
Il freddo era pungente. E il sudore che mi si era asciugata
addosso, con quel vento gelido, mi faceva rabbrividire. Con
me c’era la mia jadgterrier Sara che, accovacciata sulle
mie ginocchia mi dava ogni tanto qualche leccotto incurante
dei miei brontolii. Accarezzandola sentivo le sue vecchie
ferite: regali di qualche cinghiale che era andata a
disturbare mentre se ne stava tranquillo nella sua lestra.
Con noi c’erano anche Levante, un segugio maremmano che
mai mi aveva deluso nelle precedenti e Briciola, una
giovanissima jagd figlia di Sara.
La cacciata di quel giorno era stata particolarmente
impegnativa. E insieme con la mia jagd avevo mi ero
ritagliato, su quella piazza carbonaia, un momento di
riposo.
Con la mia squadra avevamo posizionato le poste sullo
stradello del Sorbo fino alla cessa del Martellino. Mentre
aspettavano l’arrivo della canizza dietro al cinghiale, io
ero andato a sciogliere i cani in una zona impervia, un
intreccio di rovi, scope e rossole.
Ad un tratto i cani si misero ad abbaiare a fermo fra i
rovi: avevano sentito il selvatico. Ne seguì una seguita
con grida di cane e rantoli minacciosi di cinghiale che con
il suo incedere faceva spezzare rami e rovi e ruzzolare
sassi e pietre. Li sentii fermarsi. Ora era il cinghiale che
andava incontro ai cani. Io sparavo a scaccia poi tutto
divenne silenzio,la jagd tornò da me ferita a una coscia.
La legai per farla riposare. Sentii Briciola che si
lamentava perché era di nuovo caricata dal selvatico. La
giovanissima jagd abbaiava disperata. La chiamai, e lei
arrivò quatta quatta e impaurita, così la legai accanto
a Sara.
Non so come avvenne, ancora oggi non melo spiego. Forse
avevo fatto il nodo troppo lento alla corda con cui avevo
legato Sara: fatto sta che pochi minuti dopo la cagna era
riuscita a liberarsi e a ripartire intrufolandosi in quel
groviglio di rovi per scovare i cinghiali. Infatti, riuscì
a spingerne due al soglio di Pian dei Baccari, bloccandoli
abbaiando a fermo. E io, che nel frattempo guidato
dall’abbaiare di Sara avevo raggiunto il luogo, stavo
sdraiato tra mortella e sondrio al “vento bono”. Vidi il
cinghiale con gli occhi di fuoco e la criniera alta che
sbatteva le zanne e i piedi anteriori, minacciava
l’ennesima carica con una bava filancicosa che gli colava
dalle fauci. La fucilata che esplosi gli placò la furia.
Sara gli salì sopra per morderlo. Io la carezzai e le feci
i complimenti con la radio chiamai i miei compagni di
squadra chiedendogli di venire in mio aiuto con torce e funi
per recuperare il selvatico. Purtroppo gli altri (e in
particolare i postaioli) non erano pratici di quei luoghi
impervi e nonostante le indicazioni che fornii loro
faticarono non poco per raggiungermi. Li aspettai nella
piazza carbonaia, pensando alle tante cacciate del passato,
ai tanti amici conosciuti, ai tanti che purtroppo non ci
sono più, ai miei cani e alla bellezza suggestiva e lirica
della mia Maremma, una terra unica, aspra, rude, a volte
anche cattiva, ma che sa dare tanto a patto che tu sappia
conquistartelo. Perché questa è una terra anche gelosa
dei propri frutti. Una terra che, se la ami, sa darti tanto.
Fu l’arrivo dei miei compagni a distogliermi dai miei
pensieri. Legammo il cinghiale e alla luce delle torce lo
portammo fino alla casa di caccia.