Presumo fosse l’annata venatoria 1997/1998, il mio secondo anno da cinghialaio e, come tante altre volte, arrivai con la macchina nella vallata del fiume sottostante al paese di Castelvecchio. Iniziammo a salire, per fare le poste, lungo una carreggiata realizzata dagli operai del cantiere dell’alta velocità, la linea diretta che dovrà unire Bologna a Firenze. Dopo un paio di semicurve mi fu indicato un punto, a strapiombo sul fiume, dal quale avrei dovuto tenere sotto controllo un paio di passaggi obbligati dai quali, i cinghiali, una volta passato il fiume sarebbero potuti risalire. Cercai il punto con maggior visuale, controllando i miei vicini; a dire il vero solo quello successivo in quanto, prima di me, non era stata fatta alcuna posta ritenendo improbabile che i cinghiali, per come era stata studiata la battuta, fossero passati. Iniziai la solita routine: appoggiai lo zaino, caricai la carabina, mi infilai una giacca pesante per ripararmi e ffferrrrmo…. ad aspettare. Passarono un paio d’ore poi, alla radio, si iniziò a parlare di una forte canizza che stava andando verso il paese. Qualcuno urlò -“Madonna l’ho visto, non è un cinghiale è un somaro”-. Passa una buona mezz’ora ed ecco sentirsi, dalla vallata opposta, distintamente la canizza; sempre più forte, un trambusto infernale……. erano molti cani. Alla mia sinistra, quasi in verticale nella vallata antistante, vi era un solco fatto dall’acqua nella sua ripida corsa per raggiungere il fiume. Il fosso era quasi totalmente coperto da arbusti e “spinaie” ma, tra il rumore dei ciottoli che precipitavano ecco, di tanto in tanto, emergere la sagoma di un cinghiale…… un solengo veramente grosso. Purtroppo la distanza, dai 150 ai 200 metri, non mi permetteva il tiro che, oltre ad essere difficoltoso e quasi impossibile, era anche pericoloso; la palla, di rimbalzo, sarebbe potuta arrivare in paese. Una sessantina di metri dietro ecco spuntare la nutrita canizza e anche questa….. giù per lo “sgalero”. Velocemente monto l’ottica, che allora portavo sempre appresso, e mi preparo; il solengo doveva spuntare, per risalire, dall’ultima semicurva, proprio dove il ponte attraversa il fiume. Ahh…. se avessimo lasciato una posta al ponte! Sono pronto, ma il cinghiale non si vede. Passano alcuni minuti ed inizio a vedere come una giostra di cani che gira in tondo abbaiando e latrando, scalpiccio sui sassi ma, dell’animale, neanche l’ombra. Indietreggio più che posso ma non riesco a vedere altro se non i cani che imperterriti, ad un 300 metri da me, continuano a ruotare attorno al solengo che si è probabilmente fermato nell’acqua. Realizzo quello che sta succedendo e, ligio a quanto mi era stato insegnato, chiamo con la radio per chiedere il permesso di intervenire abbandonando la posta: “il cinghiale sta dando ai cani”. Dall’altra parte, un responsabile della squadra, mi rispose senza possibilità di replica -“ tu non ti muovere, stanno arrivando i canai e potrebbe diventare pericoloso”- ora non so, e me lo chiedo ancora, se questa risposta fosse dettata da una convinzione o dal dubbio che io, ancora nuovo nella squadra, avessi potuto creare qualche “casino” se non addirittura sparare ad un cane. Sta di fatto che dopo alcuni minuti, forse 5…forse 10, che a me sembrarono interminabili; nessuno era ancora arrivato. Ripresi la radio e urlai nuovamente “porca puttana sta dando ai cani, se corro ci metto poco a vederlo e di nuovo la voce: -“ t’ho detto di non muoverti, ci sono i canai”-. Mai, nella mia vita, mi sono pentito di non aver disobbedito come quella volta, i cani continuavano a girare in tondo puntando di tanto in tanto le zampe anteriori ed abbaiando, contro quel qualcosa che…. io…. non vedevo ma che a loro era ben vicino. Nel vedere quei cani, fieri e indominti, che sul chiaro dell’acciottolato del fiume incalzavano la bestia, la mia fantasia mi portò a ricordare quei film visti da bambino sull’impero romano dove i gladiatori combattevano nell’arena. Passarono un’altra manciata di minuti ed ecco che, l’immenso cinghiale, attraversò la carreggiata con appresso tre cani, troppo pericoloso per loro tentare il tiro, era immenso; si dileguò così sul monte antistante seguito dai tre coraggiosi segugi. Informai la squadra e subito una jeep si portò, fuori battuta, a tagliargli la strada; due colpi di carabina arrestarono la corsa del mostro. Poco dopo fu dichiarata finita la battuta e, fatto armi e bagagli, iniziai la discesa verso il ponte. Quando giunsi “nell’arena”, mentre due fuori strada partivano, quello che mi si presentò fu uno spettacolo che mai riuscirò a cancellare dalla mia mente. I chiari sassi del fiume erano rossi di sangue e tutto attorno, dove vedevo i cani fare il girotondo, come un sentiero di sangue; una scena degna di un set di Quentin Tarantino. Al di là del fiume vidi il presidente della squadra con in braccio un cagnino insanguinato, la cui testa pendeva di lato, era Pedalino, uno dei migliori cani che la squadra abbia avuto, morto sotto i colpi del solengo di ben 127 kg. Cercai di dire qualcosa al proprietario ma capìi, che se avesse detto una sola sillaba probabilmente sarebbe scoppiato a piangere; mi allontanai mentre caricava il suo fedele amico di tante battaglie per l’ultima volta sul Suzuki. Alla casa di caccia, una volta rientrati, nessuno parlava; solo i canai bisbigliavano tra loro. Una volta finito di spellare me ne tornai a casa e, chilometro su chilometro, il pensiero era sempre quello:-“dovevo disubbidire, fa bene chi spegne la radio fingendola scarica e fa quello che gli pare, è stata colpa mia… dovevo abbandonare la posta, se solo e… se… solo………”- Alla battuta successiva imparai che il cinghiale aveva aperto sette cani: Pedalino, morto durante il combattimento, altri due morti il giorno successivo per le ferite riportate ed altri quattro pesantemente ricuciti, un bilancio pesantissimo. Nei giorni successivi molti mi chiesero di raccontargli il fatto e quando terminavano dicendo:-“Daaaaiii… dovevi andarci!”- era come se mi infilassero della brace in una ferita aperta. Da allora provo un rispetto incredibile per quei cani coraggiosi che , alla mia fantasia , piace paragonare ai gladiatori. Mi ritengo un postaiolo che sa fare il suo ruolo ma, dovesse mai ricapitarmi una situazione analoga, sicuramente scriverò una pagina nera nel mio diario per disobbedienza.
Borgano.
Ave Caesar morituri te salutant.
Presumo fosse l’annata venatoria 1997/1998, il mio secondo anno da cinghialaio e, come tante altre volte, arrivai con la macchina nella vallata del fiume sottostante al paese di Castelvecchio. Iniziammo a salire, per fare le poste, lungo una carreggiata realizzata dagli operai del cantiere dell’alta velocità, la linea diretta che dovrà unire Bologna a Firenze. Dopo un paio di semicurve mi fu indicato un punto, a strapiombo sul fiume, dal quale avrei dovuto tenere sotto controllo un paio di passaggi obbligati dai quali, i cinghiali, una volta passato il fiume sarebbero potuti risalire. Cercai il punto con maggior visuale, controllando i miei vicini; a dire il vero solo quello successivo in quanto, prima di me, non era stata fatta alcuna posta ritenendo improbabile che i cinghiali, per come era stata studiata la battuta, fossero passati. Iniziai la solita routine: appoggiai lo zaino, caricai la carabina, mi infilai una giacca pesante per ripararmi e ffferrrrmo…. ad aspettare. Passarono un paio d’ore poi, alla radio, si iniziò a parlare di una forte canizza che stava andando verso il paese. Qualcuno urlò -“Madonna l’ho visto, non è un cinghiale è un somaro”-. Passa una buona mezz’ora ed ecco sentirsi, dalla vallata opposta, distintamente la canizza; sempre più forte, un trambusto infernale……. erano molti cani. Alla mia sinistra, quasi in verticale nella vallata antistante, vi era un solco fatto dall’acqua nella sua ripida corsa per raggiungere il fiume. Il fosso era quasi totalmente coperto da arbusti e “spinaie” ma, tra il rumore dei ciottoli che precipitavano ecco, di tanto in tanto, emergere la sagoma di un cinghiale…… un solengo veramente grosso. Purtroppo la distanza, dai 150 ai 200 metri, non mi permetteva il tiro che, oltre ad essere difficoltoso e quasi impossibile, era anche pericoloso; la palla, di rimbalzo, sarebbe potuta arrivare in paese. Una sessantina di metri dietro ecco spuntare la nutrita canizza e anche questa….. giù per lo “sgalero”. Velocemente monto l’ottica, che allora portavo sempre appresso, e mi preparo; il solengo doveva spuntare, per risalire, dall’ultima semicurva, proprio dove il ponte attraversa il fiume. Ahh…. se avessimo lasciato una posta al ponte! Sono pronto, ma il cinghiale non si vede. Passano alcuni minuti ed inizio a vedere come una giostra di cani che gira in tondo abbaiando e latrando, scalpiccio sui sassi ma, dell’animale, neanche l’ombra. Indietreggio più che posso ma non riesco a vedere altro se non i cani che imperterriti, ad un 300 metri da me, continuano a ruotare attorno al solengo che si è probabilmente fermato nell’acqua. Realizzo quello che sta succedendo e, ligio a quanto mi era stato insegnato, chiamo con la radio per chiedere il permesso di intervenire abbandonando la posta: “il cinghiale sta dando ai cani”. Dall’altra parte, un responsabile della squadra, mi rispose senza possibilità di replica -“ tu non ti muovere, stanno arrivando i canai e potrebbe diventare pericoloso”- ora non so, e me lo chiedo ancora, se questa risposta fosse dettata da una convinzione o dal dubbio che io, ancora nuovo nella squadra, avessi potuto creare qualche “casino” se non addirittura sparare ad un cane. Sta di fatto che dopo alcuni minuti, forse 5…forse 10, che a me sembrarono interminabili; nessuno era ancora arrivato. Ripresi la radio e urlai nuovamente “porca puttana sta dando ai cani, se corro ci metto poco a vederlo e di nuovo la voce: -“ t’ho detto di non muoverti, ci sono i canai”-. Mai, nella mia vita, mi sono pentito di non aver disobbedito come quella volta, i cani continuavano a girare in tondo puntando di tanto in tanto le zampe anteriori ed abbaiando, contro quel qualcosa che…. io…. non vedevo ma che a loro era ben vicino. Nel vedere quei cani, fieri e indominti, che sul chiaro dell’acciottolato del fiume incalzavano la bestia, la mia fantasia mi portò a ricordare quei film visti da bambino sull’impero romano dove i gladiatori combattevano nell’arena. Passarono un’altra manciata di minuti ed ecco che, l’immenso cinghiale, attraversò la carreggiata con appresso tre cani, troppo pericoloso per loro tentare il tiro, era immenso; si dileguò così sul monte antistante seguito dai tre coraggiosi segugi. Informai la squadra e subito una jeep si portò, fuori battuta, a tagliargli la strada; due colpi di carabina arrestarono la corsa del mostro. Poco dopo fu dichiarata finita la battuta e, fatto armi e bagagli, iniziai la discesa verso il ponte. Quando giunsi “nell’arena”, mentre due fuori strada partivano, quello che mi si presentò fu uno spettacolo che mai riuscirò a cancellare dalla mia mente. I chiari sassi del fiume erano rossi di sangue e tutto attorno, dove vedevo i cani fare il girotondo, come un sentiero di sangue; una scena degna di un set di Quentin Tarantino. Al di là del fiume vidi il presidente della squadra con in braccio un cagnino insanguinato, la cui testa pendeva di lato, era Pedalino, uno dei migliori cani che la squadra abbia avuto, morto sotto i colpi del solengo di ben 127 kg. Cercai di dire qualcosa al proprietario ma capìi, che se avesse detto una sola sillaba probabilmente sarebbe scoppiato a piangere; mi allontanai mentre caricava il suo fedele amico di tante battaglie per l’ultima volta sul Suzuki. Alla casa di caccia, una volta rientrati, nessuno parlava; solo i canai bisbigliavano tra loro. Una volta finito di spellare me ne tornai a casa e, chilometro su chilometro, il pensiero era sempre quello:-“dovevo disubbidire, fa bene chi spegne la radio fingendola scarica e fa quello che gli pare, è stata colpa mia… dovevo abbandonare la posta, se solo e… se… solo………”- Alla battuta successiva imparai che il cinghiale aveva aperto sette cani: Pedalino, morto durante il combattimento, altri due morti il giorno successivo per le ferite riportate ed altri quattro pesantemente ricuciti, un bilancio pesantissimo. Nei giorni successivi molti mi chiesero di raccontargli il fatto e quando terminavano dicendo:-“Daaaaiii… dovevi andarci!”- era come se mi infilassero della brace in una ferita aperta. Da allora provo un rispetto incredibile per quei cani coraggiosi che , alla mia fantasia , piace paragonare ai gladiatori. Mi ritengo un postaiolo che sa fare il suo ruolo ma, dovesse mai ricapitarmi una situazione analoga, sicuramente scriverò una pagina nera nel mio diario per disobbedienza.
Borgano.