Questo sito dalla nascita si è imposto una linea ben precisa che la maggior parte di chi scrive rispetta, è cioè, quello di dire sempre come la si pensa senza far pubblicità ad associazioni, siti, personaggi in cerca di notorietà, come invece altri quotidianamente fanno, ma sinceramente al sottoscritto questo poco importa, quello che conta che nessuno un giorno venga a dire “caccia al cinghiale.com e un sito di parte”, è per questo che, quello che leggerete sotto non è scritto dal sottoscritto ma inviato gentilmente da un “amico”, è questo può bastare, non leggerete nessun nome di associazione o persona, “qui nessuno si deve presentare alle prossime elezioni Regionali Sarde”, ma illustra una situazione che in Sardegna sta prendendo una piega alquanto pericolosa, cioè non la creazione di parchi, ma la nascita a getto continuo di Aziende agrituristico-venatorie, RUBANDO TERRITORIO LIBERO, a chi già si deve “accontentare”, di 5 domeniche alle lepre e pernice sarda, con chiusura alle ore 14, con un massimo di 2 LEPRI durante le 5 MEZZE GIORNATE. Come vedette amici miei prima i nostri NEMICI erano i verdi con la creazione di parchi, oasi ecc, adesso siamo noi stessi, con la nascita di Aziende Pronta Caccia, chi vuole CACCIARE dovrà pagare, quello che si “abbatte”, questo il nostro futuro molto vicino ci riserva, e solo questione di poco tempo, e tutto diverrà un grosso luna park, dove se vorrai “sparare”, far pisciare solamente il tuo cane dovrai solamente mettere mano al portafoglio. Non mi dilungo oltre, vi invitto a leggere quello scritto qui sotto, e a riflettere , quale futuro ci aspetta...............
Aziende agrituristiche, una mancata risorsa, un danno per l'ambiente e la fauna.
Dopo i venti anni passati nell'intento di applicare l'ottima legge nr. 32 del 1978, traslata dalla legge nazionale nr. 968 del 1977, la regione Sardegna, non riuscendo nemmeno a far valere la propria autonomia, ha varato una nuova legge ibrida, la nr.23 del 29 luglio 1998, che ha aggiunto problemi a quelli già esistenti e, di fatto, nulla ha prodotto se non un ingorgo nell'attuazione di quella pianificazione territoriale che, applicata seguendo le peculiarità, gli usi e costumi della Sardegna e valutando, giustamente, la paventata (ma mai utilizzata) autonomia legislativa, avrebbe consegnato all'isola una serie di istituti operativi e produttivi i quali, a loro volta, avrebbero contribuito fortemente allo sviluppo delle aree disagiate ed all'integrazione faunistica delle specie in “difficoltà”. L'istituzione delle Aziende Agrituristico-venatorie, nell'impianto originario doveva assolvere alla importante necessità di recupero delle aree disagiate ( o meglio, “svantaggiate”) e far si che esse diventassero produttive, sia economicamente e, non in second'ordine,faunisticamente. Ciò, a oggi, non è avvenuto e questo, per la ben nota insensibilità degli addetti ai lavori circa le problematiche ambientali ed in seconda battuta, per la rapacità più volte dimostrata, da diversi personaggi, negli innumerevoli tentativi avviati nell'intento di dare origine, nell'isola, ad un mondo imprenditoriale a misura d'uomo. Di fatto, le Agrituristico-venatorie, sono diventate per lo più “riserve padronali”, a distanza di molti lustri del regio decreto che istituì le prime ( le “padronali”). Le padronali erano piccoli feudi privati, ove la legge e gli ospiti erano quelli imposti e voluti dal proprietario e così le specie oggetto di prelievo, senza alcuna oggettiva pianificazione. Se si esaminano, in questi giorni, le agrituristiche, non vi potrà essere alcun dubbio che la conduzione, mutatis mutandis, è la stessa. Pochissime (si contano sulle dita di una mano) quelle all'interno delle quali si rispettano le regole, la stragrande maggioranza delle altre, promuove, alla meglio, il far-west venatorio, con buona pace della grande massa dei cacciatori isolani che, oltre alle due giornate canoniche settimanali, non possono aspirare ad alte “fughe” durante la settimana. Nelle aziende agrituristiche si caccia tutti i giorni. Certo,la Legge 23/98 dice, testualmente, che le specie prelevate devono essere: a) di allevamento dell'azienda o b) acquistate dalla stessa e “servite” pronta caccia ma, purtroppo non è così. Nell'isola non vi sono allevamenti, o meglio se ne conterebbero tre, i quali, da soli, non riescono a far fronte, nemmeno volendo fare, alle richieste senza considerare i costi spropositati di ogni capo di selvaggina, che, in media, costa almeno tre o quattro volte, se non di più, dello stesso capo allevato nell'Italia peninsulare. Sempre la Legge 23/98, dichiarava che le aziende Agrituristico-venatorie dovevano essere avviate, preferibilmente, all'interno di aree svantaggiate con scarsità faunistica e vegetale, ed anche qui, l'inganno ha seguito di pari passo la Legge. La maggior parte delle aziende agrituristico-venatorie sarde, è situata nei posti di maggior sviluppo faunistico e vegetale, cosicché nulla apporta di nuovo all'ambiente, semmai, sottrae qualcosa alle bellezze della Sardegna ed ai cacciatori sardi. Secondo i dettami della 23/98, le agrituristico-venatorie, avevano l'obbligo di contribuire, in parte al reintegro della fauna, liberando esemplari di ceppo selvatico sul territorio ed anche questo, ahi noi, non è avvenuto, perché gli “imprenditori”, hanno prelevato ma nessuno di loro si è mai preoccupato di “reintegrare”. Poi si aggiunge beffa a beffa ed il danno per i cacciatori è palese. Le agrituristico-venatorie iniziano la loro attività lucrativa a luglio e terminano a fine febbraio di ogni anno, mentre nel territorio “libero” (compreso quello delle Aziende Autogestite), la caccia inizia alla terza domenica di settembre e si conclude il 31 gennaio, questo a dimostrare, per l'ennesima volta, che la legge è uguale per tutti, ma i “benestanti” sono “più uguali” degli altri. Alcuni anni or sono fu avanzata la proposta di portare i cani in territorio libero, per gli allenamenti, a partire dal I° luglio (naturalmente senza l'uso delle armi) e dalla giunta temporaneamente in carica fu risposto che non era possibile per non “distrarre” l'attenzione delle guardie forestali, impegnate nella campagna antincendio. Fu fatto osservare che la presenza di circa quarantottomila cacciatori sul territorio, dal I° luglio sarebbe servito come fortissimo deterrente, non solo contro gli incendi e gli incendiari, ma anche contro l'abigeato o altre forme di illegalità e, molto probabilmente, avrebbe fatto risparmiare una gran parte dei cento milioni di euro che, ogni anno, si spendono inutilmente per un'Isola che continua inesorabilmente a bruciare. Fu fatto osservare che i soldi risparmiati potevano essere adoperati per l'assunzione di personale nel corpo forestale, tra gli operai forestali e, inoltre, per il ripopolamento. Anche queste motivazioni non interessarono agli addetti ai lavori. Perché togliere la trippa ai gatti? Quindi si decise di lasciare le cose come stavano. Ai cacciatori sardi fu impedito di portare i cani in allenamento dal I° luglio di ogni anno, mentre alle aziende agrituristiche fu consentito esercitare l'allenamento cani, a pagamento, con abbattimento del selvatico, dal I° luglio al 28 febbraio di ogni anno. E' logico che sorgano dei legittimi dubbi in proposito. Ma, ritorniamo su un nodo importante. Si è già detto che la selvaggina allevata è insufficiente a coprire il fabbisogno di tutte le aziende agrituristico-venatorie, dunque? Come riescono ad approvvigionarsi di selvaggina, tutte? Chissà, questo bisognerebbe chiederlo a loro. Oppure, si potrebbe domandare al comando regionale del corpo forestale e di vigilanza ambientale della Sardegna, di attivare gli opportuni accertamenti e avviare alcune verifiche; chissà che non si ottenga qualche risposta esauriente. Non dimentichiamo che, anche la politica ha le sue colpe, perché, quando nel 1997 e nel 1998, più volte fu chiesto dalle associazioni di categoria di partecipare alla stesura del testo di legge con un tavolo di concertazione che consentisse di garantire ai sardi, cittadini e cacciatori, di ottenere una legge specifica che, pur tutelando la fauna e l'ambiente, fornisse l'opportunità agli isolani equamente dell'importante patrimonio faunistico, ebbene la risposta fu negativa. Come non lamentarsi, allora, se oggigiorno la situazione è quella che tutti conoscono? Sempre la legge 23/98, diceva che le aziende, per favorire la nascita di nuovi posti di lavoro, devono avere una guardia giurata, dipendente, pagata con tariffa sindacale (tasse più contributi, versamenti regolari ecc) ogni ottocento ettari. Ad oggi, non si conosce nemmeno una di queste figure professionali impiegata in un'azienda agrituristica sarda.....Fatte queste considerazioni, bisogna chiedersi a che cosa servono, oggi le oltre sessanta aziende agrituristico-venatorie della Sardegna, quali prospettive di sviluppo seguano e quali benefici abbiano portato al patrimonio faunistico e vegetale dell'Isola. In caso di risposte non esaurienti, bisognerà seriamente pensare di chiudere tutte le aziende agrituristiche e restituire IL TERRITORIO LIBERO AI CITTADINI SARDI CHE PAGANO LE TASSE.
SARDEGNA....un mare d'inganni!!!!
Questo sito dalla nascita si è imposto una linea ben precisa che la maggior parte di chi scrive rispetta, è cioè, quello di dire sempre come la si pensa senza far pubblicità ad associazioni, siti, personaggi in cerca di notorietà, come invece altri quotidianamente fanno, ma sinceramente al sottoscritto questo poco importa, quello che conta che nessuno un giorno venga a dire “caccia al cinghiale.com e un sito di parte”, è per questo che, quello che leggerete sotto non è scritto dal sottoscritto ma inviato gentilmente da un “amico”, è questo può bastare, non leggerete nessun nome di associazione o persona, “qui nessuno si deve presentare alle prossime elezioni Regionali Sarde”, ma illustra una situazione che in Sardegna sta prendendo una piega alquanto pericolosa, cioè non la creazione di parchi, ma la nascita a getto continuo di Aziende agrituristico-venatorie, RUBANDO TERRITORIO LIBERO, a chi già si deve “accontentare”, di 5 domeniche alle lepre e pernice sarda, con chiusura alle ore 14, con un massimo di 2 LEPRI durante le 5 MEZZE GIORNATE. Come vedette amici miei prima i nostri NEMICI erano i verdi con la creazione di parchi, oasi ecc, adesso siamo noi stessi, con la nascita di Aziende Pronta Caccia, chi vuole CACCIARE dovrà pagare, quello che si “abbatte”, questo il nostro futuro molto vicino ci riserva, e solo questione di poco tempo, e tutto diverrà un grosso luna park, dove se vorrai “sparare”, far pisciare solamente il tuo cane dovrai solamente mettere mano al portafoglio. Non mi dilungo oltre, vi invitto a leggere quello scritto qui sotto, e a riflettere , quale futuro ci aspetta...............
Aziende agrituristiche, una mancata risorsa, un danno per l'ambiente e la fauna.
Dopo i venti anni passati nell'intento di applicare l'ottima legge nr. 32 del 1978, traslata dalla legge nazionale nr. 968 del 1977, la regione Sardegna, non riuscendo nemmeno a far valere la propria autonomia, ha varato una nuova legge ibrida, la nr.23 del 29 luglio 1998, che ha aggiunto problemi a quelli già esistenti e, di fatto, nulla ha prodotto se non un ingorgo nell'attuazione di quella pianificazione territoriale che, applicata seguendo le peculiarità, gli usi e costumi della Sardegna e valutando, giustamente, la paventata (ma mai utilizzata) autonomia legislativa, avrebbe consegnato all'isola una serie di istituti operativi e produttivi i quali, a loro volta, avrebbero contribuito fortemente allo sviluppo delle aree disagiate ed all'integrazione faunistica delle specie in “difficoltà”. L'istituzione delle Aziende Agrituristico-venatorie, nell'impianto originario doveva assolvere alla importante necessità di recupero delle aree disagiate ( o meglio, “svantaggiate”) e far si che esse diventassero produttive, sia economicamente e, non in second'ordine,faunisticamente. Ciò, a oggi, non è avvenuto e questo, per la ben nota insensibilità degli addetti ai lavori circa le problematiche ambientali ed in seconda battuta, per la rapacità più volte dimostrata, da diversi personaggi, negli innumerevoli tentativi avviati nell'intento di dare origine, nell'isola, ad un mondo imprenditoriale a misura d'uomo. Di fatto, le Agrituristico-venatorie, sono diventate per lo più “riserve padronali”, a distanza di molti lustri del regio decreto che istituì le prime ( le “padronali”). Le padronali erano piccoli feudi privati, ove la legge e gli ospiti erano quelli imposti e voluti dal proprietario e così le specie oggetto di prelievo, senza alcuna oggettiva pianificazione. Se si esaminano, in questi giorni, le agrituristiche, non vi potrà essere alcun dubbio che la conduzione, mutatis mutandis, è la stessa. Pochissime (si contano sulle dita di una mano) quelle all'interno delle quali si rispettano le regole, la stragrande maggioranza delle altre, promuove, alla meglio, il far-west venatorio, con buona pace della grande massa dei cacciatori isolani che, oltre alle due giornate canoniche settimanali, non possono aspirare ad alte “fughe” durante la settimana. Nelle aziende agrituristiche si caccia tutti i giorni. Certo,la Legge 23/98 dice, testualmente, che le specie prelevate devono essere: a) di allevamento dell'azienda o b) acquistate dalla stessa e “servite” pronta caccia ma, purtroppo non è così. Nell'isola non vi sono allevamenti, o meglio se ne conterebbero tre, i quali, da soli, non riescono a far fronte, nemmeno volendo fare, alle richieste senza considerare i costi spropositati di ogni capo di selvaggina, che, in media, costa almeno tre o quattro volte, se non di più, dello stesso capo allevato nell'Italia peninsulare. Sempre la Legge 23/98, dichiarava che le aziende Agrituristico-venatorie dovevano essere avviate, preferibilmente, all'interno di aree svantaggiate con scarsità faunistica e vegetale, ed anche qui, l'inganno ha seguito di pari passo la Legge. La maggior parte delle aziende agrituristico-venatorie sarde, è situata nei posti di maggior sviluppo faunistico e vegetale, cosicché nulla apporta di nuovo all'ambiente, semmai, sottrae qualcosa alle bellezze della Sardegna ed ai cacciatori sardi. Secondo i dettami della 23/98, le agrituristico-venatorie, avevano l'obbligo di contribuire, in parte al reintegro della fauna, liberando esemplari di ceppo selvatico sul territorio ed anche questo, ahi noi, non è avvenuto, perché gli “imprenditori”, hanno prelevato ma nessuno di loro si è mai preoccupato di “reintegrare”. Poi si aggiunge beffa a beffa ed il danno per i cacciatori è palese. Le agrituristico-venatorie iniziano la loro attività lucrativa a luglio e terminano a fine febbraio di ogni anno, mentre nel territorio “libero” (compreso quello delle Aziende Autogestite), la caccia inizia alla terza domenica di settembre e si conclude il 31 gennaio, questo a dimostrare, per l'ennesima volta, che la legge è uguale per tutti, ma i “benestanti” sono “più uguali” degli altri. Alcuni anni or sono fu avanzata la proposta di portare i cani in territorio libero, per gli allenamenti, a partire dal I° luglio (naturalmente senza l'uso delle armi) e dalla giunta temporaneamente in carica fu risposto che non era possibile per non “distrarre” l'attenzione delle guardie forestali, impegnate nella campagna antincendio. Fu fatto osservare che la presenza di circa quarantottomila cacciatori sul territorio, dal I° luglio sarebbe servito come fortissimo deterrente, non solo contro gli incendi e gli incendiari, ma anche contro l'abigeato o altre forme di illegalità e, molto probabilmente, avrebbe fatto risparmiare una gran parte dei cento milioni di euro che, ogni anno, si spendono inutilmente per un'Isola che continua inesorabilmente a bruciare. Fu fatto osservare che i soldi risparmiati potevano essere adoperati per l'assunzione di personale nel corpo forestale, tra gli operai forestali e, inoltre, per il ripopolamento. Anche queste motivazioni non interessarono agli addetti ai lavori. Perché togliere la trippa ai gatti? Quindi si decise di lasciare le cose come stavano. Ai cacciatori sardi fu impedito di portare i cani in allenamento dal I° luglio di ogni anno, mentre alle aziende agrituristiche fu consentito esercitare l'allenamento cani, a pagamento, con abbattimento del selvatico, dal I° luglio al 28 febbraio di ogni anno. E' logico che sorgano dei legittimi dubbi in proposito. Ma, ritorniamo su un nodo importante. Si è già detto che la selvaggina allevata è insufficiente a coprire il fabbisogno di tutte le aziende agrituristico-venatorie, dunque? Come riescono ad approvvigionarsi di selvaggina, tutte? Chissà, questo bisognerebbe chiederlo a loro. Oppure, si potrebbe domandare al comando regionale del corpo forestale e di vigilanza ambientale della Sardegna, di attivare gli opportuni accertamenti e avviare alcune verifiche; chissà che non si ottenga qualche risposta esauriente. Non dimentichiamo che, anche la politica ha le sue colpe, perché, quando nel 1997 e nel 1998, più volte fu chiesto dalle associazioni di categoria di partecipare alla stesura del testo di legge con un tavolo di concertazione che consentisse di garantire ai sardi, cittadini e cacciatori, di ottenere una legge specifica che, pur tutelando la fauna e l'ambiente, fornisse l'opportunità agli isolani equamente dell'importante patrimonio faunistico, ebbene la risposta fu negativa. Come non lamentarsi, allora, se oggigiorno la situazione è quella che tutti conoscono? Sempre la legge 23/98, diceva che le aziende, per favorire la nascita di nuovi posti di lavoro, devono avere una guardia giurata, dipendente, pagata con tariffa sindacale (tasse più contributi, versamenti regolari ecc) ogni ottocento ettari. Ad oggi, non si conosce nemmeno una di queste figure professionali impiegata in un'azienda agrituristica sarda.....Fatte queste considerazioni, bisogna chiedersi a che cosa servono, oggi le oltre sessanta aziende agrituristico-venatorie della Sardegna, quali prospettive di sviluppo seguano e quali benefici abbiano portato al patrimonio faunistico e vegetale dell'Isola. In caso di risposte non esaurienti, bisognerà seriamente pensare di chiudere tutte le aziende agrituristiche e restituire IL TERRITORIO LIBERO AI CITTADINI SARDI CHE PAGANO LE TASSE.