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Quando meno te lo aspetti.

Il mondo venatorio - borgano - 2008-09-15 13:04:20

Capita a volte, sia nel lavoro che nello svago, che qualcosa nella tua mente ti porti a fare azioni al limite della stupidità, come se una voce interna ti dicesse…. -“dai fallo, se no poi te ne pentirai”-. E così fu, quella sera del quattordici novembre del duemila. Era un martedì sera ed al solito, prima di coricarmi, controllai la carabina, preparai lo zaino e …. le cartucce di scorta? Si c’erano anche quelle. Tutte le volte sempre uguale, un rito, come se partissi per un safari in Africa, ma la meta era ed è sempre la stessa, Coniale, dove opera la squadra di cinghiale alla quale appartengo. Tuttavia, nel fare i preparativi, notai un certo tepore fisico ed una spossatezza… come avessi spostato un peso immenso. Nel dubbio, presi il termometro e mi provai la temperatura, trentotto gradi e otto. Subito mia moglie, -“ non avrai mica intenzione di andare a caccia in queste condizioni”-, -“certamente no”- risposi io, -“ci mancherebbe”-. Nel coricarmi, per scaramanzia, misi comunque a punto la sveglia che, puntuale, alle cinque suonò. Mi alzai e, dal battito cardiaco, sentii che la febbre perdurava ma tuttavia alla domanda -“come stai?”- la risposta fu – “tutto passato, era una cosa passeggera”- e via verso la rimessa. Caricato il fuoristrada, mi avviai per la Montanara, meta Coniale. Nel frattempo iniziò anche a piovere, giornata ideale per scaricare un’influenza, ma la solita vocina mi diceva: “ e se fosse questa la tua giornata?” All’altezza di Borgo Tossignano, dopo aver fatto una ventina di chilometri, un po’ rintronato dall’influenza e sotto l’effetto dell’aspirina una sensazione…., come se qualcosa non mi tornasse, mi assalì; avevo dimenticato la carabina in garage. Inversione verso Imola, prendi la carabina e via nuovamente verso i monti.
Giunto a Coniale entrai nella casa di caccia e vi trovai, al solito, i più mattinieri; persone che allora mi chiedevo se per caso dormissero lì in quanto, per quanto tu fossi mattiniero, li trovavi sempre: Nevio l’uomo del fuoco, Evaristo e lo Sceriffo, rigorosamente seduto alla destra del camino e guai, a chi gli toccava la sua sedia. Di li a poco la stanza cominciò, un po’ alla volta, a popolarsi e a brulicare di cacciatori. Chi arrivava da Firenzuola, da Monghidoro, dalla Romagna, da Firenze, Bologna, Rovigo e, addirittura, da Pordenone e Vicenza; tutti per vivere quella stupenda avventura di gruppo che è la battuta al cinghiale. Mentre il ragioniere inizia ad espletare le parti burocratiche, ecco che inizia la vera essenza di questa pratica venatoria, la fusione di persone delle più diverse estrazioni sociali, diverse età ed abitudini ma che, nel menzionato contesto, diventano grandi amici e discutono di mille cose ed esperienze vissute, si va dalla caccia alla pesca, dalle cose serie alle burle, dalla politica alle donne ma, tutto, sempre in amicizia. Contemporaneamente Primo, uno dei macellai della squadra, inizia ad affettare la coppa di testa che prepara, di volta in volta, con i trofei delle precedenti cacciate il tutto poi, unito a dolci e bevande che chi padella porta per differenza, diventa una succulenta colazione preparatoria ad una faticosa ma, gioiosa, giornata di caccia. Intanto il presidente con il capo caccia, i capi posta ed i canai, inizia a discutere appartato; si parla di tracce, animali fuggiti alle altre squadre, avvistamenti e si fanno piani e congetture; il tutto nella massima calma. Poi, come se qualcuno avesse sparato il colpo di via con la pistola, tutto precipita come se avessero già alzato gli animali “ Via, presto, si chiude Rappezzo, chi sale il Vecchietto (trattasi di località), chi va alla Canova, occorrono gambe buone. Tu Virgilio con Eugenio al fosso”. E via andare nella massima concitazione tanto che a volte è capitato, nell’euforia, che qualcuno non capisse dove andare, vedi la volta che il Righini si ritrovò nella Faggiola, mentre la battuta era a Rossino, due vallate più in là. Essendo uno dei più sfegatati “jeepparoli” della squadra come sempre montai il “Vecchietto”, con i miei “soldati” dietro che: tra buche, salti e scossoni, sembravano gli ingredienti all’interno di un frullatore. Giunti al punto convenzionato scendemmo tutti ed aspettammo il capo posta che ci raggiunse, a breve, dopo avere fatto le prime poste. Iniziammo a scendere chiudendo la battuta e, ad un certo punto, Peppino mi disse “ Tu Poli ti fermi qui”. Mentre appoggiavo lo zaino, li vidi sparire nel bosco, tra i faggi, in silenzio. Dopo avere caricato la carabina ed essermi appostato nel punto che ritenevo più idoneo a parare, mi accorsi di avere dimenticato a casa la radio, …non era mattina. Mi era toccata una posta particolare, sembrava di essere in un anfiteatro; alle spalle i cartelli del demanio con il bosco che saliva, innanzi un altro monte che saliva coperto di spinaie e siepi di prugnolo. Alla mia destra 80 metri di galestro che saliva per finire con il bosco; solo alla mia sinistra la discesa terminava in un balzo dove il rio precipitava nel vuoto in mezzo al turbinio dell’acqua invernale. Passata la prima ora sentii le prime fucilate e, di li a poco, un lieve rumore di foglie pestate alla mia destra. Tutto d’un tratto la siepe si aprì e, ad una settantina di metri, un bel maschio iniziò ad attraversare il galestro. Mirai e sparai; il cinghiale s’inginocchiò per poi rialzarsi ed iniziare a correre nella mia direzione, gli avevo solo forato un orecchio. Mentre scendeva contro di me, come una locomotiva, gli sparai altri tre colpi: i primi due a vuoto mentre il terzo gli si conficcò nella coppa sfiorando la colonna vertebrale; l’animale ruzzolò e si fermò sette, otto, metri da me; era morto……. Mi avvicinai per ammirarlo, era un gran bell’esemplare anche se non grossissimo (86Kg.) con due belle difese bianche che brillavano nel contrasto del pelo nero. Quando fui a circa cinque metri da lui, il solengo si alzò con una velocità incredibile e, con un “cigo” impressionante che ancora a pensarci mi si accappona la pelle, mi caricò. Non fui io, bensì i miei nervi a far fuoco, dirigendo la carabina contro la sua bocca senza imbracciare. L’ultimo colpo che avevo a disposizione entrò nella cavità orale dell’animale, facendo un ragù di viscere; mi ruzzolò addosso facendomi cadere per fermarsi alcuni metri più in basso. Caricai immediatamente e, con stupore, vidi quel maestoso maschio ergersi sulle gambe anteriori per proseguire barcollando. Fu un altro colpo alla testa della mia Bar a fermarlo definitivamente. Ero ancora sotto la scarica adrenalinica che notai un fruscio tra le spinaie dinnanzi. Coperta da un rovo, ad una ventina di metri, vidi la schiena di un porcastro (28Kg.) ffermoooo…… che ascoltava ogni piccolo rumore. Mirai e lui cadde esattamente dove si trovava, era il mio primo “doppietto” da cinghialaio. Appoggiai la carabina ad un campanello ed andai a recuperare i due animali li volevo li, di fianco, come se avessi paura che sparissero per chissà quale stregoneria. Nel frattempo, una canizza era uscita dalla battuta chissà, forse dietro ai caprioli, non si erano sentite fucilate. Due ore dopo la canizza era ancora nei monti circostanti che batteva. Ad un certo punto la sentii alle mie spalle e, via via che passavano i minuti, l’intensità aumentava; infine vidi spuntare in alto, dal demanio, un cinghiale e poi un altro, erano quattro, tutti sui cinquanta chili e i cani dietro. Li feci entrare in battuta e, quando mi furono di fianco, sparai al primo niente e, mentre voltava per andare a basso, doppiai il colpo; pareva gli avessi sparato a salve. Sono quei momenti in cui ti cade il mondo addosso e perdi il controllo; preso dal panico tirai due botte al terzo animale senza sapere dove sparavo sbagliandolo poi, come d’incanto tornai in me e vidi l’ultimo cinghiale allontanarsi alla mia destra ma… haimè, era troppo tardi, vedevo ormai solo il pelo della criniera, era tutto coperto da una cunetta del terreno. Tuttavia ipotizzai dove poteva essere il torace e sparai nella cunetta. Sentii i passi dell’animale che continuava la sua corsa lungo la discesa sottostante allontanandosi. Ricaricai e fui preso dallo sconforto si, ne avevo già due, ma poteva essere la mia grande giornata e l’avevo buttata nella spazzatura. Tuttavia era incredibile, il primo animale l’avevo mirato…. ed era a non più di venti metri, d’accordo andava come una saetta…. ma dovevo prenderlo. Decisi di andare a vedere ci fossero mai tracce di sangue… nessuna ed in fondo vi era un balzo di otto, forse dieci metri; possibile che abbia saltato? Mentre tornavo alla posta e facevo questi ragionamenti notai, sul tronco di una quercia, qualcosa di bianco che tirava al rosa; ad un esame più ravvicinato risultò essere materia organica, pezzi di polmone misti a sangue schizzati dalla parte opposta del mio tiro, allora è ferito!! Corsi dal postatolo più vicino affinché avvisasse i canai del fatto e, una decina di minuto dopo, vidi apparire Terzo e Loris con i cani. Dall’alto Loris mi urlò, “Cos’è successo?” io gli spiegai il fatto, dopo di che lui rimbeccò -“Quindi potrebbero essere quattro”- e io -“No tre”- e lui di nuovo -“Vorrai dire quattro”- insomma iniziammo a dare i numeri quando io, spazientito, gli urlai indicando i cinghiali : -“Sei buono di contare? UNO…, DUE….”- e lui - “TRE….”- indicando il rio sottostante. Non ci potevo credere, il cinghiale era caduto nel rio prima del balzo ed aveva formato come una piccola diga, passandogli di fianco era impossibile vederlo, pareva un sasso sul quale l’acqua, copiosa, stava scorrendo; tiratolo fuori dall’acqua, notai che il cinghiale presentava due buchi, a pochi centimetri l’uno dall’altro, sul lato destro del torace; l’avevo doppiato.
Dopo lo “sfottimento” di prassi da parte dei due canai, Loris mi chiese se avessi tirato ad altri animali ed io gli raccontai l’episodio dell’ultimo colpo tirato sulla cunetta, concludendo:” E’ inutile che andiate a vedere, primo l’ho sentito allontanarsi e, secondo, tiri così ne può venire uno su un milione”. Loris concluse che tanto dovevano scendere e… “Poi non si può mai sapere”. Passarono pochi secondi, e sentìì Lisa abbaiare e Loris che urlava: “ Invornito….., fattele meno grandi la sera.” Mi precipitai da loro sotto la pioggia scrosciante e, un duecento metri oltre al punto dove avevo sparato, in mezzo ad una pozza di sangue giaceva una bella cinghiala. Il colpo aveva passato la terra per poi conficcarsi nell’addome dell’animale che, dopo un po’, era crollato. Tornado alla posta sentìì Loris che urlava alla radio -“Qualcuno venga su con delle corde, perché qua da Poli ogni carpanello c’è un cinghiale”-. Finito il recupero gli animali erano sei, quattro dei quali…. miei, non stavo nella pelle. Giunto alla casa di caccia lo Sceriffo mi venne incontro e, senza dire nulla, mi strinse la mano. Dal fuoristrada alla porta della casa vi saranno stati al massimo una ventina di metri, ma nel tragitto persi il conto delle manate ricevute nel “culo” dai miei compagni, dicono porti fortuna. Da allora, prima di andare a vedere un animale a terra, carico la carabina e, nel dubbio, gli do una “fumata” tra le orecchie; se poi tiro ad un animale e sono convinto di averlo sbagliato, prima di dire -“Non l’ho preso”-, faccio una bella ricerca accurata del territorio circostante. Ebbene, una giornata partita all’insegna del no, febbre pioggia dimenticanze ecc…, si era conclusa nel migliore dei modi. A proposito, e la febbre…? La cacciata e l’euforia avevano funzionato più degli antibiotici.
Borgano.

Quando meno te lo aspetti

Capita a volte, sia nel lavoro che nello svago, che qualcosa nella tua mente ti porti a fare azioni al limite della stupidità, come se una voce interna ti dicesse…. -“dai fallo, se no poi te ne pentirai”-. E così fu, quella sera del quattordici novembre del duemila. Era un martedì sera ed al solito, prima di coricarmi, controllai la carabina, preparai lo zaino e …. le cartucce di scorta? Si c’erano anche quelle. Tutte le volte sempre uguale, un rito, come se partissi per un safari in Africa, ma la meta era ed è sempre la stessa, Coniale, dove opera la squadra di cinghiale alla quale appartengo. Tuttavia, nel fare i preparativi, notai un certo tepore fisico ed una spossatezza… come avessi spostato un peso immenso. Nel dubbio, presi il termometro e mi provai la temperatura, trentotto gradi e otto. Subito mia moglie, -“ non avrai mica intenzione di andare a caccia in queste condizioni”-, -“certamente no”- risposi io, -“ci mancherebbe”-. Nel coricarmi, per scaramanzia, misi comunque a punto la sveglia che, puntuale, alle cinque suonò. Mi alzai e, dal battito cardiaco, sentii che la febbre perdurava ma tuttavia alla domanda -“come stai?”- la risposta fu – “tutto passato, era una cosa passeggera”- e via verso la rimessa. Caricato il fuoristrada, mi avviai per la Montanara, meta Coniale. Nel frattempo iniziò anche a piovere, giornata ideale per scaricare un’influenza, ma la solita vocina mi diceva: “ e se fosse questa la tua giornata?” All’altezza di Borgo Tossignano, dopo aver fatto una ventina di chilometri, un po’ rintronato dall’influenza e sotto l’effetto dell’aspirina una sensazione…., come se qualcosa non mi tornasse, mi assalì; avevo dimenticato la carabina in garage. Inversione verso Imola, prendi la carabina e via nuovamente verso i monti.
Giunto a Coniale entrai nella casa di caccia e vi trovai, al solito, i più mattinieri; persone che allora mi chiedevo se per caso dormissero lì in quanto, per quanto tu fossi mattiniero, li trovavi sempre: Nevio l’uomo del fuoco, Evaristo e lo Sceriffo, rigorosamente seduto alla destra del camino e guai, a chi gli toccava la sua sedia. Di li a poco la stanza cominciò, un po’ alla volta, a popolarsi e a brulicare di cacciatori. Chi arrivava da Firenzuola, da Monghidoro, dalla Romagna, da Firenze, Bologna, Rovigo e, addirittura, da Pordenone e Vicenza; tutti per vivere quella stupenda avventura di gruppo che è la battuta al cinghiale. Mentre il ragioniere inizia ad espletare le parti burocratiche, ecco che inizia la vera essenza di questa pratica venatoria, la fusione di persone delle più diverse estrazioni sociali, diverse età ed abitudini ma che, nel menzionato contesto, diventano grandi amici e discutono di mille cose ed esperienze vissute, si va dalla caccia alla pesca, dalle cose serie alle burle, dalla politica alle donne ma, tutto, sempre in amicizia. Contemporaneamente Primo, uno dei macellai della squadra, inizia ad affettare la coppa di testa che prepara, di volta in volta, con i trofei delle precedenti cacciate il tutto poi, unito a dolci e bevande che chi padella porta per differenza, diventa una succulenta colazione preparatoria ad una faticosa ma, gioiosa, giornata di caccia. Intanto il presidente con il capo caccia, i capi posta ed i canai, inizia a discutere appartato; si parla di tracce, animali fuggiti alle altre squadre, avvistamenti e si fanno piani e congetture; il tutto nella massima calma. Poi, come se qualcuno avesse sparato il colpo di via con la pistola, tutto precipita come se avessero già alzato gli animali “ Via, presto, si chiude Rappezzo, chi sale il Vecchietto (trattasi di località), chi va alla Canova, occorrono gambe buone. Tu Virgilio con Eugenio al fosso”. E via andare nella massima concitazione tanto che a volte è capitato, nell’euforia, che qualcuno non capisse dove andare, vedi la volta che il Righini si ritrovò nella Faggiola, mentre la battuta era a Rossino, due vallate più in là. Essendo uno dei più sfegatati “jeepparoli” della squadra come sempre montai il “Vecchietto”, con i miei “soldati” dietro che: tra buche, salti e scossoni, sembravano gli ingredienti all’interno di un frullatore. Giunti al punto convenzionato scendemmo tutti ed aspettammo il capo posta che ci raggiunse, a breve, dopo avere fatto le prime poste. Iniziammo a scendere chiudendo la battuta e, ad un certo punto, Peppino mi disse “ Tu Poli ti fermi qui”. Mentre appoggiavo lo zaino, li vidi sparire nel bosco, tra i faggi, in silenzio. Dopo avere caricato la carabina ed essermi appostato nel punto che ritenevo più idoneo a parare, mi accorsi di avere dimenticato a casa la radio, …non era mattina. Mi era toccata una posta particolare, sembrava di essere in un anfiteatro; alle spalle i cartelli del demanio con il bosco che saliva, innanzi un altro monte che saliva coperto di spinaie e siepi di prugnolo. Alla mia destra 80 metri di galestro che saliva per finire con il bosco; solo alla mia sinistra la discesa terminava in un balzo dove il rio precipitava nel vuoto in mezzo al turbinio dell’acqua invernale. Passata la prima ora sentii le prime fucilate e, di li a poco, un lieve rumore di foglie pestate alla mia destra. Tutto d’un tratto la siepe si aprì e, ad una settantina di metri, un bel maschio iniziò ad attraversare il galestro. Mirai e sparai; il cinghiale s’inginocchiò per poi rialzarsi ed iniziare a correre nella mia direzione, gli avevo solo forato un orecchio. Mentre scendeva contro di me, come una locomotiva, gli sparai altri tre colpi: i primi due a vuoto mentre il terzo gli si conficcò nella coppa sfiorando la colonna vertebrale; l’animale ruzzolò e si fermò sette, otto, metri da me; era morto……. Mi avvicinai per ammirarlo, era un gran bell’esemplare anche se non grossissimo (86Kg.) con due belle difese bianche che brillavano nel contrasto del pelo nero. Quando fui a circa cinque metri da lui, il solengo si alzò con una velocità incredibile e, con un “cigo” impressionante che ancora a pensarci mi si accappona la pelle, mi caricò. Non fui io, bensì i miei nervi a far fuoco, dirigendo la carabina contro la sua bocca senza imbracciare. L’ultimo colpo che avevo a disposizione entrò nella cavità orale dell’animale, facendo un ragù di viscere; mi ruzzolò addosso facendomi cadere per fermarsi alcuni metri più in basso. Caricai immediatamente e, con stupore, vidi quel maestoso maschio ergersi sulle gambe anteriori per proseguire barcollando. Fu un altro colpo alla testa della mia Bar a fermarlo definitivamente. Ero ancora sotto la scarica adrenalinica che notai un fruscio tra le spinaie dinnanzi. Coperta da un rovo, ad una ventina di metri, vidi la schiena di un porcastro (28Kg.) ffermoooo…… che ascoltava ogni piccolo rumore. Mirai e lui cadde esattamente dove si trovava, era il mio primo “doppietto” da cinghialaio. Appoggiai la carabina ad un campanello ed andai a recuperare i due animali li volevo li, di fianco, come se avessi paura che sparissero per chissà quale stregoneria. Nel frattempo, una canizza era uscita dalla battuta chissà, forse dietro ai caprioli, non si erano sentite fucilate. Due ore dopo la canizza era ancora nei monti circostanti che batteva. Ad un certo punto la sentii alle mie spalle e, via via che passavano i minuti, l’intensità aumentava; infine vidi spuntare in alto, dal demanio, un cinghiale e poi un altro, erano quattro, tutti sui cinquanta chili e i cani dietro. Li feci entrare in battuta e, quando mi furono di fianco, sparai al primo niente e, mentre voltava per andare a basso, doppiai il colpo; pareva gli avessi sparato a salve. Sono quei momenti in cui ti cade il mondo addosso e perdi il controllo; preso dal panico tirai due botte al terzo animale senza sapere dove sparavo sbagliandolo poi, come d’incanto tornai in me e vidi l’ultimo cinghiale allontanarsi alla mia destra ma… haimè, era troppo tardi, vedevo ormai solo il pelo della criniera, era tutto coperto da una cunetta del terreno. Tuttavia ipotizzai dove poteva essere il torace e sparai nella cunetta. Sentii i passi dell’animale che continuava la sua corsa lungo la discesa sottostante allontanandosi. Ricaricai e fui preso dallo sconforto si, ne avevo già due, ma poteva essere la mia grande giornata e l’avevo buttata nella spazzatura. Tuttavia era incredibile, il primo animale l’avevo mirato…. ed era a non più di venti metri, d’accordo andava come una saetta…. ma dovevo prenderlo. Decisi di andare a vedere ci fossero mai tracce di sangue… nessuna ed in fondo vi era un balzo di otto, forse dieci metri; possibile che abbia saltato? Mentre tornavo alla posta e facevo questi ragionamenti notai, sul tronco di una quercia, qualcosa di bianco che tirava al rosa; ad un esame più ravvicinato risultò essere materia organica, pezzi di polmone misti a sangue schizzati dalla parte opposta del mio tiro, allora è ferito!! Corsi dal postatolo più vicino affinché avvisasse i canai del fatto e, una decina di minuto dopo, vidi apparire Terzo e Loris con i cani. Dall’alto Loris mi urlò, “Cos’è successo?” io gli spiegai il fatto, dopo di che lui rimbeccò -“Quindi potrebbero essere quattro”- e io -“No tre”- e lui di nuovo -“Vorrai dire quattro”- insomma iniziammo a dare i numeri quando io, spazientito, gli urlai indicando i cinghiali : -“Sei buono di contare? UNO…, DUE….”- e lui - “TRE….”- indicando il rio sottostante. Non ci potevo credere, il cinghiale era caduto nel rio prima del balzo ed aveva formato come una piccola diga, passandogli di fianco era impossibile vederlo, pareva un sasso sul quale l’acqua, copiosa, stava scorrendo; tiratolo fuori dall’acqua, notai che il cinghiale presentava due buchi, a pochi centimetri l’uno dall’altro, sul lato destro del torace; l’avevo doppiato.
Dopo lo “sfottimento” di prassi da parte dei due canai, Loris mi chiese se avessi tirato ad altri animali ed io gli raccontai l’episodio dell’ultimo colpo tirato sulla cunetta, concludendo:” E’ inutile che andiate a vedere, primo l’ho sentito allontanarsi e, secondo, tiri così ne può venire uno su un milione”. Loris concluse che tanto dovevano scendere e… “Poi non si può mai sapere”. Passarono pochi secondi, e sentìì Lisa abbaiare e Loris che urlava: “ Invornito….., fattele meno grandi la sera.” Mi precipitai da loro sotto la pioggia scrosciante e, un duecento metri oltre al punto dove avevo sparato, in mezzo ad una pozza di sangue giaceva una bella cinghiala. Il colpo aveva passato la terra per poi conficcarsi nell’addome dell’animale che, dopo un po’, era crollato. Tornado alla posta sentìì Loris che urlava alla radio -“Qualcuno venga su con delle corde, perché qua da Poli ogni carpanello c’è un cinghiale”-. Finito il recupero gli animali erano sei, quattro dei quali…. miei, non stavo nella pelle. Giunto alla casa di caccia lo Sceriffo mi venne incontro e, senza dire nulla, mi strinse la mano. Dal fuoristrada alla porta della casa vi saranno stati al massimo una ventina di metri, ma nel tragitto persi il conto delle manate ricevute nel “culo” dai miei compagni, dicono porti fortuna. Da allora, prima di andare a vedere un animale a terra, carico la carabina e, nel dubbio, gli do una “fumata” tra le orecchie; se poi tiro ad un animale e sono convinto di averlo sbagliato, prima di dire -“Non l’ho preso”-, faccio una bella ricerca accurata del territorio circostante. Ebbene, una giornata partita all’insegna del no, febbre pioggia dimenticanze ecc…, si era conclusa nel migliore dei modi. A proposito, e la febbre…? La cacciata e l’euforia avevano funzionato più degli antibiotici.
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