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La mia prima uscita

articoli - borgano - 2008-09-05 14:32:55

Fin da quando avevo quattro anni, ero stato indottrinato, dal mio povero nonno, alla nobile arte della caccia. Quando da giovane andavo per monti a lepri o fagiani, vedevo le orde dei ginghialai e li ritenevo una sorta di invasati abbastanza esaltati pardon, anche un po’ sf.g.ti, con tutte quelle radioline che si chiamavano e tutti quegli urli per le vallate. Molti anni dopo, ormai quarantenne, andando a beccacce capitai nel bel mezzo di una battuta e mi si parò davanti un mio caro amico, Loris, che faceva il canaio; fu così che, tra una chiacchiera e l’altra, mi ritrovai invitato, a dicembre inoltrato, alla battuta successiva. Di buon mattino arrivai a Coniale, nell’appenino Tosco Romagnolo, è li che la mia squadra tuttora si ritrova; dopo un paio d’ore ero seduto su di una campagnola, in mezzo ai boschi, a dar cozzi contro al vetro. Giunti in zona cacciata fui assegnato ad un capo posta, tal Vannini, personaggio burbero e forse il più grande cacciatore di beccacce della vallata del Santerno.
Iniziammo a salire la vallata di Rappezzo e, man mano che si saliva, il Vannini faceva le poste indicando al postaiolo di turno: dove stare, da dove potevano sbucare gli animali e dove avrebbe avuto la posta successiva; di ogni posta conosceva partita iva e codice fiscale. Ad un certo punto disse guardandomi, “la prossima la fa l’invitato”. Giunti presso ad una pozza, formata dal rio, mi indicò dove stare, facendomi notare le tracce di cinghiali che avevano attraversato il fosso e salito il monte antistante. Mentre proseguivano lo sentii mormorare, “non sarebbe una posta per un invitato” e l’interlocutore, un caro vecchietto che in gioventù era stato il postino in quelle contrade, replicò con accento toscano “ mah…, da qua non son mai passati” e si allontanarono. Mi piazzai subito in un punto dal quale vedevo molto bene il monte antistante e, buttato a terra lo zaino, estrassi il mio Benelli Centro al quale, per l’occasione, avevo montato lo strozzatore a quattro stelle. Da buon birikkkkino tolsi il riduttore e caricai con quattro magnum, ero pronto……. Più che un cacciatore, mi sono sempre ritenuto un tiratore; forte dell’esperienza fatta in gioventù, prima tiro a segno con pistola e carabina, poi piattello dove ero prima categoria ed avevo avuto sempre ottimi risultati. Figuriamoci, sparare ad un maiale, gioco da ragazzi; “se passano da qui ne faccio un bilico”, questo pensavo nell’attesa, immerso nella grandezza della natura circostante, “paataaccaaaa”,. Il tempo passava, l’acqua del rio gorgogliava, le foglie cadevano ancora e, di tanto in tanto, un capriolo faceva capolino facendomi sussultare. Passate circa un paio d’ore, oltre il monte antistante, iniziai a sentire un flebile abbaio che, man mano, si andava avvicinando. Tutto d’un tratto, in cima al monte, parve si fosse staccata una frana nera, un branco di cinghiali immenso di tutte le taglie, oltre venti animali e dietro Pedalino, un segugio “bastardino” poco più grande della mia gatta, ausiliare generoso che, due anni dopo, sarebbe morto sotto i colpi di un solengo di 127 kg. Imbracciai il fucile lasciandoli scendere, già immaginavo i complimenti degli altri al ritorno, avevo persino avuto il tempo di togliermi la berretta e attaccarla ad un ramo, mi sentivo un “professional hunter”. Ora li avevo a dieci metri: bang, bang, ….bang e poi ribang…..; nessun cinghiale cadde in terra. Pedalino abbaiando mi passò di fianco e si fermò un attimo a guardarmi, a mio avviso mi mandò a “cagare”. La canizza proseguì fuori battuta ed io, incredulo, rimasi li come un baccalà. Ripresomi andai a vedere vi fossero mai gocce di sangue, dovevano esserci; niente erano passati illesi. Dopo un accurato controllo constatai di avere incarnierato solo un carpanello ed una quercia, “merda” che figura. Poco dopo i postatoli iniziarono a scendere ed il capo posta, a dir poco, mi asfaltò; aveva ragione: oltre ad una padella di dimensioni bibliche avevo permesso al branco di attraversare il fosso prima di sparare, lasciandolo uscire. Nell’allontanarsi lo sentii brontolare: “lo so io dove li metterei st’invitati”. Scendendo mi ritrovai a fianco dell’ottuagenario Aldo postino chi mi bisbigliò: “lascialo perdere, lo hanno fatto anche altri con ben più esperienza”. Giunti alla casa di caccia iniziò lo “sfottimento”, in allegria, di tutta la comitiva; quella giornata fu per me una delle mie più grandi lezioni di vita e ancora oggi, quando mi corico, prima di addormentarmi è quel brancone che scende il monte ad accompagnarmi spesso al sonno. All’indomani mi recai in armeria e comprai la mia prima Browning 3006. Due anni dopo mi morì il cane da penna e da allora, mediamente, vado a caccia 30/33 volte a stagione e,tutte, rigorosamente al cinghiale; ormai le altre cacce non mi dicono più nulla. Quanto al Vannini, ebbi occasione di riscattarmi in futuro, diventando buoni amici, ma questa è un’altra storia…………
Borgano.

La mia prima uscita

Fin da quando avevo quattro anni, ero stato indottrinato, dal mio povero nonno, alla nobile arte della caccia. Quando da giovane andavo per monti a lepri o fagiani, vedevo le orde dei ginghialai e li ritenevo una sorta di invasati abbastanza esaltati pardon, anche un po’ sf.g.ti, con tutte quelle radioline che si chiamavano e tutti quegli urli per le vallate. Molti anni dopo, ormai quarantenne, andando a beccacce capitai nel bel mezzo di una battuta e mi si parò davanti un mio caro amico, Loris, che faceva il canaio; fu così che, tra una chiacchiera e l’altra, mi ritrovai invitato, a dicembre inoltrato, alla battuta successiva. Di buon mattino arrivai a Coniale, nell’appenino Tosco Romagnolo, è li che la mia squadra tuttora si ritrova; dopo un paio d’ore ero seduto su di una campagnola, in mezzo ai boschi, a dar cozzi contro al vetro. Giunti in zona cacciata fui assegnato ad un capo posta, tal Vannini, personaggio burbero e forse il più grande cacciatore di beccacce della vallata del Santerno.
Iniziammo a salire la vallata di Rappezzo e, man mano che si saliva, il Vannini faceva le poste indicando al postaiolo di turno: dove stare, da dove potevano sbucare gli animali e dove avrebbe avuto la posta successiva; di ogni posta conosceva partita iva e codice fiscale. Ad un certo punto disse guardandomi, “la prossima la fa l’invitato”. Giunti presso ad una pozza, formata dal rio, mi indicò dove stare, facendomi notare le tracce di cinghiali che avevano attraversato il fosso e salito il monte antistante. Mentre proseguivano lo sentii mormorare, “non sarebbe una posta per un invitato” e l’interlocutore, un caro vecchietto che in gioventù era stato il postino in quelle contrade, replicò con accento toscano “ mah…, da qua non son mai passati” e si allontanarono. Mi piazzai subito in un punto dal quale vedevo molto bene il monte antistante e, buttato a terra lo zaino, estrassi il mio Benelli Centro al quale, per l’occasione, avevo montato lo strozzatore a quattro stelle. Da buon birikkkkino tolsi il riduttore e caricai con quattro magnum, ero pronto……. Più che un cacciatore, mi sono sempre ritenuto un tiratore; forte dell’esperienza fatta in gioventù, prima tiro a segno con pistola e carabina, poi piattello dove ero prima categoria ed avevo avuto sempre ottimi risultati. Figuriamoci, sparare ad un maiale, gioco da ragazzi; “se passano da qui ne faccio un bilico”, questo pensavo nell’attesa, immerso nella grandezza della natura circostante, “paataaccaaaa”,. Il tempo passava, l’acqua del rio gorgogliava, le foglie cadevano ancora e, di tanto in tanto, un capriolo faceva capolino facendomi sussultare. Passate circa un paio d’ore, oltre il monte antistante, iniziai a sentire un flebile abbaio che, man mano, si andava avvicinando. Tutto d’un tratto, in cima al monte, parve si fosse staccata una frana nera, un branco di cinghiali immenso di tutte le taglie, oltre venti animali e dietro Pedalino, un segugio “bastardino” poco più grande della mia gatta, ausiliare generoso che, due anni dopo, sarebbe morto sotto i colpi di un solengo di 127 kg. Imbracciai il fucile lasciandoli scendere, già immaginavo i complimenti degli altri al ritorno, avevo persino avuto il tempo di togliermi la berretta e attaccarla ad un ramo, mi sentivo un “professional hunter”. Ora li avevo a dieci metri: bang, bang, ….bang e poi ribang…..; nessun cinghiale cadde in terra. Pedalino abbaiando mi passò di fianco e si fermò un attimo a guardarmi, a mio avviso mi mandò a “cagare”. La canizza proseguì fuori battuta ed io, incredulo, rimasi li come un baccalà. Ripresomi andai a vedere vi fossero mai gocce di sangue, dovevano esserci; niente erano passati illesi. Dopo un accurato controllo constatai di avere incarnierato solo un carpanello ed una quercia, “merda” che figura. Poco dopo i postatoli iniziarono a scendere ed il capo posta, a dir poco, mi asfaltò; aveva ragione: oltre ad una padella di dimensioni bibliche avevo permesso al branco di attraversare il fosso prima di sparare, lasciandolo uscire. Nell’allontanarsi lo sentii brontolare: “lo so io dove li metterei st’invitati”. Scendendo mi ritrovai a fianco dell’ottuagenario Aldo postino chi mi bisbigliò: “lascialo perdere, lo hanno fatto anche altri con ben più esperienza”. Giunti alla casa di caccia iniziò lo “sfottimento”, in allegria, di tutta la comitiva; quella giornata fu per me una delle mie più grandi lezioni di vita e ancora oggi, quando mi corico, prima di addormentarmi è quel brancone che scende il monte ad accompagnarmi spesso al sonno. All’indomani mi recai in armeria e comprai la mia prima Browning 3006. Due anni dopo mi morì il cane da penna e da allora, mediamente, vado a caccia 30/33 volte a stagione e,tutte, rigorosamente al cinghiale; ormai le altre cacce non mi dicono più nulla. Quanto al Vannini, ebbi occasione di riscattarmi in futuro, diventando buoni amici, ma questa è un’altra storia…………
Borgano.

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