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IL CACCIATORE COL SEGUGIO

Il mondo venatorio - gitano - 2007-09-06 09:36:02

La voce del segugio sui monti è come il canto dell’Ave Maria,
qualcosa che ti aspetti, qualcosa che non ti turba.
Puoi ascoltarla senza incrinare il silenzio che è l’unico padrone dei luoghi
incantati in cui si pratica la caccia tradizionale alla lepre.
Nel mio inconscio, mentre scrivo disordinatamente queste righe, la sto già
ascoltando, all’inizio senza prestarci molta attenzione, ma adesso che il messaggio è
più evidente e comprensibile, mi lascio catturare.
La voce chiara, decisa, cadenzata due note acute, la prima più breve, l’altra più
prolungata mi arriva da lontano, si fa più vicina ed ora indovino il percorso della
lepre.

Ricordo la prima volta che mio padre, anche lui cacciatore col segugio, mi fece
tenere la lepre, mentre la spellava.
Durante l’iniziazione, come tanti altri ragazzetti, non ero molto più alto della
lepre e dovevo impugnare le zampe posteriori tenendo le braccia sollevate all’altezza
del viso, così che l’odore forte dell’animale mi entrava ancor più prepotente nel
naso.
Lo faccio ancora oggi, che sono ormai anche io padre, e a 34 anni sono ancora il
ragazzetto della squadra.

“O vedi do passa lu lepre”, mi diceva agli inizi tanti anni or sono (26) uno dei
miei maestri di caccia, tracciando col dito il percorso dell’animale inseguito dai
cani, con la sicurezza che gli derivava dalle centinaia di volte che aveva cacciato
in quel posto, delle centinaia di fotogrammi che gli ripassavano nella memoria.

Oggi, mentre attendo impaziente l’alba del primo giorno, mi piace immaginare il
terreno intorno a me come intrecciato delle scie fosforescenti degli abituali
percorsi delle lepri.
Quando farà giorno, guardandomi intorno, indovinerò via via, in cima a poggetti o in
fondo ad incroci di sentieri, gli amici della squadra, le statue umane ferme alla
posta.
Poi, dopo lo scovo, quando si udirà la fucilata e vedrò la pancia bianca della lepre,
cessata la canizza, non mi aspetterò parole di elogio ne per me ne per i cani per il
lavoro svolto, ma a fine battuta, quando come sempre ci raduneremo intorno alla lepre
per i commenti, tutti come sempre, senza smancerie, avremo la conferma di aver
cacciato come doveva esser fatto; la conferma che era naturale che finisse così, sia
per noi, sia per i cani che per la lepre.

IL CACCIATORE COL SEGUGIO

La voce del segugio sui monti è come il canto dell’Ave Maria,
qualcosa che ti aspetti, qualcosa che non ti turba.
Puoi ascoltarla senza incrinare il silenzio che è l’unico padrone dei luoghi
incantati in cui si pratica la caccia tradizionale alla lepre.
Nel mio inconscio, mentre scrivo disordinatamente queste righe, la sto già
ascoltando, all’inizio senza prestarci molta attenzione, ma adesso che il messaggio è
più evidente e comprensibile, mi lascio catturare.
La voce chiara, decisa, cadenzata due note acute, la prima più breve, l’altra più
prolungata mi arriva da lontano, si fa più vicina ed ora indovino il percorso della
lepre.

Ricordo la prima volta che mio padre, anche lui cacciatore col segugio, mi fece
tenere la lepre, mentre la spellava.
Durante l’iniziazione, come tanti altri ragazzetti, non ero molto più alto della
lepre e dovevo impugnare le zampe posteriori tenendo le braccia sollevate all’altezza
del viso, così che l’odore forte dell’animale mi entrava ancor più prepotente nel
naso.
Lo faccio ancora oggi, che sono ormai anche io padre, e a 34 anni sono ancora il
ragazzetto della squadra.

“O vedi do passa lu lepre”, mi diceva agli inizi tanti anni or sono (26) uno dei
miei maestri di caccia, tracciando col dito il percorso dell’animale inseguito dai
cani, con la sicurezza che gli derivava dalle centinaia di volte che aveva cacciato
in quel posto, delle centinaia di fotogrammi che gli ripassavano nella memoria.

Oggi, mentre attendo impaziente l’alba del primo giorno, mi piace immaginare il
terreno intorno a me come intrecciato delle scie fosforescenti degli abituali
percorsi delle lepri.
Quando farà giorno, guardandomi intorno, indovinerò via via, in cima a poggetti o in
fondo ad incroci di sentieri, gli amici della squadra, le statue umane ferme alla
posta.
Poi, dopo lo scovo, quando si udirà la fucilata e vedrò la pancia bianca della lepre,
cessata la canizza, non mi aspetterò parole di elogio ne per me ne per i cani per il
lavoro svolto, ma a fine battuta, quando come sempre ci raduneremo intorno alla lepre
per i commenti, tutti come sempre, senza smancerie, avremo la conferma di aver
cacciato come doveva esser fatto; la conferma che era naturale che finisse così, sia
per noi, sia per i cani che per la lepre.
by gitano

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