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IL VAGABONDO |
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IL VAGABONDO
Sotto il chiarore argentato della luna , grugnante e fiero,il vecchio cignale attraversa campi e boschi, Sotto il chiarore arati e acquitrini,prosegue senza sosta la sua ronda misteriosa.Questo instancabile viaggiatore notturno se ne va verso un destino sconosciuto,sicuro della sua strada ,va dritto dritto seguendo itinerari insostituibili per lui e la sua razza:la sua marcia è il trotto sostetunoto questo le permette di coprire distanze senza mai indebolirsi, ma perchè abbandona questi luoghi dove nessuno lo disturba,dove il cibo e nutrimento abbondante dove poteva ingrassare senza rischiare la fucilata del contadino alla posta?lui deve andare,è un nomade trasmessogli col sangue nel giorno in cui in una pineta dell appenino abruzzese comincio la sua esistenza di eterno gitano.Siepi e recinti non l arrestano,i cani che badano gli stazzi lo avventano da lontano,urlano strattonando con forza le catene,dove sta passando adesso, molti suo simili son passati guidati come lui da un istinto impressionante,della strada da seguire,la sua forza sfida le insidie che l uomo ha piazzato all’ entrata del bosco,sotto i cespugli,sui sentieri che lui attraversa,e mentre cammina rivede come in un sogno gli episodi della sua vita perseguitata.Le battute dova ha imparato nascondersi al primo rumore o a scegliere il posto in cui forzare la linea come sapesse il tiratore che lo sbagliera!e ricorda i famelici cani da seguito che bisogna scompigliare in partenza e seminarli poi con una corsa folle.Rivede pure il giorno tragico in cui bruciacchiato dai pallettoni dovette la sua sopravvivenza alle sue zanne affilate,il vecchio solengo ha dovuto lasciare in fretta la lestra con quei famelici abbaiatori di posavatz,e lanciarsi in una pazza fuga attraverso boschi e dirupi.Ogni volta affidandosi alla sua velocità e alla sua resistenza,ha dovuto distanziare i suoi persecutori accaniti ,passando ovunque terrorizzato,perfino sulle aie i contadini urlando lo minacciano coi forconi attraversando stagnie fiumi,per allestrarsi bianco di schiuma e sbuffante dalla fatica nella pineta,mentre il sopraggiungere della notte obbligava i suoi nemici alla ritirata.Della sua giovinezza nessun ricordo:era già molto tempo che il branchetto della sua famiglia si era disperso,e che lui fosse l‘ultimo superstite?Ma il grande e saggio solengone vive ormai da vero selvatico solitario,non avvicinandosi ai suoi simili per non scatenare feroci combattimenti,reso saggio dall’età e dalle esperienze,conosce la potenza dell ‘omoide e sa che la forza non vale contro di lui.Ormai non conta neanche più tutte quelle palline di piombo incrostate nella sua pelle coperta di cicatrici,fino ai grossi pallettoni di quelli che volevano decisamente la sua vita Sa di essere quasi invulnerabile ,ma la sua prudenza è tanta, servita dal suo incomparabile odorato e dal suo udito molto fine.La luna mette in risalto le sue zanne ricurve nel cielo ghiacciato di gennaio ,ma lui instancabile, i kilometri si sommano e sempre regolari le tracce si susseguono,lasciando sul terreno fradicio dalla pioggia le impronte grandi dei suoi piedi forcuti,e potenti che il domani i tracciatori potranno vedere.Ma ormai è l’alba si addentra nel bosco in cerca di ghiande ,nutrimento inebriante che riani ma i suoi muscoli,poi siccome il giorno sta arrivando ,riprende il suo cammino.In una spinaia nel mezzo di un bosco fitto e silenzioso ,trova finalmente il rifugio con un letto di felci.Si arresta :rotea le orecchie,scrolla le sue setole fangose scavando un po il suolo,le zampe piegate all’ indietro, quasi invisibile il vecchio solitario si addormenta.by |
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 GRIFFON DE GUASCOGNA (242) |
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